Il presidente Usa prosegue il suo bluff sulla trade war

Il “bullismo” commerciale di Trump

Resa dei conti rimandata e ampi margini di collaborazione tra le due principali potenze economiche mondiali. Questo il biglietto da visita che l’amministrazione Trump si è impegnata a diffondere subito dopo la conclusione dell’atteso meeting tra il presidente degli Usa e il presidente cinese Xi Jinping, a margine del G20 di Buenos Aires. Ma la realtà è un’altra: in mancanza di più consistenti punti di convergenza, Cina e Usa hanno semplicemente acconsentito a darsi altro tempo per trovare la quadra del cerchio. Il confronto inizia adesso e molto dipenderà da quanto Xi Jinping vorrà concedere alle onerose richieste degli Usa, formulate peraltro con toni minacciosi che Pechino, di tradizione, rispedisce al mittente. Il fatto che Trump non conosca altra diplomazia al di fuori del bullismo commerciale non fa certo sperare in una conclusione serena del confronto.

6 dicembre 2018

Resa dei conti rimandata a 90 giorni e ampi margini di collaborazione tra le due principali potenze economiche mondiali. Questo il biglietto da visita che l’amministrazione Trump si è impegnata a diffondere subito dopo la conclusione dell’atteso meeting tra il presidente degli Usa e il presidente cinese Xi Jinping, a margine del G20 di Buenos Aires. Ma la realtà è un’altra, e dietro il solito bullismo commerciale di Trump si celano bluff e fragilità.

Le due delegazioni, al termine di una cena di lavoro durata due ore e mezza, sembrava avessero raggiunto un’intesa di massima per una de-escalation nella cosiddetta “tariff war” dichiarata da Trump contro Pechino lo scorso 6 luglio, combattuta a suon di dazi del 10 per cento su prodotti cinesi importati in Usa, pari a 200 miliardi di dollari.

Una misura che Washington aveva minacciato di inasprire fino al 25 per cento ma che, dopo Buenos Aires, Trump ha deciso di rimandare per almeno una novantina di giorni, a partire dal prossimo primo gennaio. Nel frattempo, sempre secondo Trump, Pechino dovrà portare a compimento una serie di riforme strutturali, non da poco, del proprio assetto economico.

“Eventualità che, secondo un editoriale del «Financial Times», rimane piuttosto remota: «Entro 90 giorni, l’amministrazione Trump essenzialmente vuole che la Cina inizi a smantellare completamente il proprio modello di crescita».

E prosegue: « […] compresi l’applicazione debole delle leggi a tutela della proprietà intellettuale; lo spionaggio industriale; il furto di dati commerciali online e i dazi sulle importazioni. La probabilità che Pechino acconsenta rapidamente e sinceramente a un cambiamento radicale del genere, senza nemmeno contare sul fatto che tali modifiche siano implementate o che prometta di farlo oltre ogni ragionevole dubbio, è molto bassa».

Una comparazione speculare dei comunicati post meeting diffusi dalla diplomazia cinese e da quella statunitense pubblicata su «Bloomberg» mostra chiaramente lo scarto abissale tra Washington e Pechino nel merito di quanto stipulato durante il meeting.

Intere sezioni pubblicate da una parte sono assenti nel comunicato dell’altra, come ad esempio il presunto impegno preso da Pechino di «tornare ad acquistare immediatamente prodotti agricoli dagli Usa»: nel documento cinese non si trova traccia di tale promessa.

Anche per i pochi punti di convergenza, il linguaggio utilizzato nei documenti ufficiali  è estremamente vago. Vale per l’acquisto di «prodotti del settore energetico e industriale statunitense» che dovrebbe interessare Pechino in modo «molto sostanziale», secondo la parafrasi Usa, e banalmente «maggiore» secondo i cinesi. Eppure nessuna cifra viene menzionata in nessuno dei due documenti.

Ben diverso è l’esito del meeting nell’universo parallelo della Twitter Policy di Trump, con un “The Donald” incontenibile nel magnificare il «balzo in avanti» nelle relazioni tra Cina e Usa.

Paragone piuttosto infelice, visto che l’omonima campagna cinese a metà del secolo scorso ha mietuto decine di milioni di vittime ed è ricordata come uno dei maggiori fallimenti dell’era maoista.

Inciampi storici a parte, sono bastati pochi giorni per ridimensionare l’entusiasmo collettivo per la presunta pace esplosa tra le due superpotenze, quando la rincorsa ai tweet del presidente Usa ha lasciato spazio ad analisi più approfondite e, di conseguenza, molto meno ottimistiche.

Il «Washington Post», ad esempio, racconta come l’impalcatura di un accordo solido e promettente orchestrata da Trump sia collassata nel giro di una manciata di giorni, quando funzionari coinvolti direttamente nei colloqui di Buenos Aires sono stati costretti a ritrattare le esternazioni del loro presidente: «è stato Trump a decidere a bordo dell’Air Force One cosa sarebbe stato rilasciato pubblicamente dopo il meeting, ha detto Kudlow [National Economic Council Director, ndt]».

«E con un tweet pubblicato alle 11 di sera Trump ha annunciato che la Cina avrebbe tolto i dazi sulle automobili made in Usa. Meno di 24 ore dopo, Kudlow ha dichiarato alla stampa che la Cina non aveva promesso nulla del genere, ma che si sperava l’avrebbe fatto. Il giorno seguente, Kudlow ha detto che un passo in questo senso sarebbe un bel gesto, indebolendo ulteriormente la dichiarazione iniziale di Trump».

Così funziona l’approccio trumpiano alla diplomazia: spararla grossa, grossissima, catalizzando l’attenzione della stampa e dell’opinione pubblica, e poi spararne un’altra ancora, e ancora, ad libitum. Un giochino che funziona alla perfezione per alimentare il ciclo delle news 24/7 ma che convince poco i mercati.

Martedì 4 dicembre, quando è parso chiaro a tutti il colossale bluff architettato da Trump, l’indice Dow Jones ha chiuso a -3,1 per cento, S&P500 a -3,2, Nasdaq a -3,8, poiché la guerra dei dazi sta sì complicando la crescita cinese, ma sta anche danneggiando l’industria statunitense, colpita indirettamente da misure protezionistiche la cui dinamica sembra sfuggire allo stesso Trump.

Rispondendo all’ennesimo tweet strampalato di Trump sul successo dei dazi anti-cinesi, il «New York Times» ha pubblicato un’utile spiegazione del funzionamento dei dazi: se da un lato le casse di Washington si riempiono di tasse addizionali per l’import sanzionato dai tributi, dall’altro si stanno svuotando molto più velocemente grazie a un debito pubblico che, entro il 2019, potrebbe superare quota un trilione di dollari.

Un dettaglio che non sembra impensierire il presidente statunitense, impegnato a stringere la folle morsa intorno alla minaccia di un sorpasso di China Inc., la vera posta in palio di questa guerra combattuta a suon di sovranismo e protezionismo.

Sabotare il progetto “Made in China 2025”, con cui Xi intende sovvenzionare le industrie strategiche cinesi per mangiarsi la concorrenza della Silicon Valley in hi-tech e intelligenza artificiale, per gli Usa di Trump è una priorità assoluta.

A Buenos Aires, in mancanza di più consistenti punti di convergenza, Cina e Usa hanno semplicemente acconsentito a darsi altro tempo per trovare la quadra del cerchio. Il confronto inizia adesso e, come osserva il «South China Morning Post», molto dipenderà da quanto Xi Jinping vorrà concedere alle onerose richieste degli Usa, formulate peraltro con toni minacciosi che Pechino di tradizione rispedisce al mittente.

Il fatto che Trump non conosca altra diplomazia al di fuori del bullismo commerciale non fa ben sperare in una conclusione serena del confronto.

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