Tra disuguaglianze "naturali" e "finzioni sociali"

Il banchiere anarchico di Pessoa oggi

Cosa ci insegna la storia di un banchiere ricco ma nato povero, in una famiglia di classe operaia, che in passato era stato un anarchico. Il raggiungimento della felicità (dice Pessoa) si può realizzare solo in due modi: o riducendo le nostre esigenze e vivendo come animali, o creando un’abbondanza di beni materiali tale che non hanno più importanza. Per raggiungere lo stato di libertà dobbiamo quindi attraversare la “valle di lacrime”, la Rivoluzione Industriale, l'industrializzazione stalinista, l’economia “trickle down” o il grande salto in avanti di Mao. Tutti questi sono tentativi di aumentare la produzione, ridurre o eliminare la scarsità ed eliminare le “finzioni sociali”.

10 ottobre 2017

Questo post è apparso sul blog di Branko Milanovic “globalinequality” con il titolo The perverse seductiveness of Fernando Pessoa. Ringraziamo l’autore per la gentile concessione alla traduzione e ripubblicazione.

È impossibile trascorrere qualche giorno a Lisbona, essendo anche un voyeur compulsivo di librerie, senza percepire quasi ovunque il nome di Fernando Pessoa. Sapevo che era un poeta e, vagamente, che la sua stella fosse in ascesa, dato che avevo visto il suo nome in varie pubblicazioni. Ma non ho mai letto niente scritto da lui. Vederlo ora ovunque a Lisbona, in traduzioni in francese e in inglese, e persino in una piccola libreria dedicata interamente ai suoi scritti, ha solleticato il mio interesse.

Ero stato colpito da un’inquietante similitudine tra Pessoa e Cavafy: a una sola generazione di distanza (Pessoa 1888-1936, Cavafy 1863-1933), entrambi poeti delle loro civiltà e culture, ignorati in vita, omosessuali che non hanno quasi mai lasciato le loro città (Alessandria e Lisbona), anglofili la cui fama poetica continua ad aumentare man mano che si allontana la loro vita terrena (come accade per la gloria di tutti i grandi). Devo confessare che sono un grande fan della poesia di Cavafy (rese nella bella traduzione inglese di Avi Sharon qui) ma, come ho detto, non ho mai letto una qualsiasi di Pessoa.

Fortunatamente per me, l’unico lavoro in prosa che Pessoa ha pubblicato è una breve novella del 1922, intitolata “Il banchiere anarchico”. E non appena ho aperto il libro (nella traduzione francese “Le banquier anarchiste”) sapevo che era qualcosa che mi sarebbe interessato; e in effetti l’ho letto in un’ora o giù di lì.

È un monologo in pieno stile Dostoevskij di un banchiere ricco ma nato povero, in una famiglia di classe operaia, che in passato era stato un anarchico. Alla domanda posta dal narratore all’inizio della novella, cioè perché abbia tradito i suoi ideali, il banchiere fumatore di sigari risponde stizzito che no, non ha mai smesso di essere anarchico; inoltre, era lui, a differenza di altri “anarchici convenzionali” che combinava la teoria e la pratica dell’anarchismo, e sosteneva la società umana nel suo percorso verso l’obiettivo finale della “libertà naturale”.

Com’è possibile, ci si chiede (così come fa il narratore)? Ed ecco la risposta.

Ogni società è composta da diseguaglianze “naturali” e da altre che sono invece una “finzione sociale”. Queste ultime sono quelle che John Roemer chiama “circostanze”. Sono disuguaglianze dovute alla nascita, alla ricchezza dei genitori, alle connessioni sociali o ai soldi che ereditano. Queste sono diseguaglianze che, secondo noi, ci dice il nostro banchiere-anarchico, devono essere eliminate per far sì che una società sia giusta e che le persone vivano liberamente e anche “naturalmente”. Altre disparità (date dall’innata intelligenza, sforzo, levatura e resistenza) non possono essere sanate perché non sono prodotte dalla società. (Quindi il nostro bancario-anarchico è un luck egalitarian).

Avendo capito questo all’inizio della sua vita, il banchiere (allora anarchico) si è impegnato in tentativi di cambiare la società, sia attraverso la propaganda anarchica sia attraverso “l’azione diretta”. Ma si è reso conto che i tentativi di sradicare le “finzioni sociali” date dal denaro avevano portato rapidamente a una regola di minoranza che imponeva un’altra serie di “finzioni sociali” – una dittatura militare (un chiaro riferimento al bolscevismo) che, non diversamente dal capitalismo, poneva restrizioni alla libertà umana. Inoltre, aveva scoperto che anche all’interno di piccoli ambienti anarchici che lottano per la “libertà” emergevano rapidamente regole gerarchiche: alcune prendevano le decisioni e altri vi obbedivano.

Dovette quindi affrontare una scelta: o l’uomo è nato aggressivo, col bisogno di imporre una gerarchia e, per ciò che riguarda un’altra parte dell’umanità, desideroso di sottomissione (“nato schiavo”), nel qual caso tutti i tentativi di cambiare società capitalista sono vani; oppure l’uomo è reso aggressivo da “finzioni sociali” che dovrebbero essere rese irrilevanti da uno sforzo individuale; cioè non attraverso organizzazioni sociali che inevitabilmente re-impongono le gerarchie.

Se l’uomo è aggressivo a causa della società, e non innatamente, allora il modo di liberarci da “finzioni sociali”, raggiungendo l’“impero della libertà” di Marx, dove il denaro non importa, è quello di diventare abbastanza ricchi, affinché il denaro diventi irrilevante. Ecco perché il nostro anarchico decide di diventare banchiere e di utilizzare i mezzi più sordidi per diventare ricco. Ma allora non è stato un tiranno nella vita di molte altre persone, non ha forse rafforzato le “finzioni sociali” contro cui ha combattuto? No, dice il banchiere, perché le “finzioni sociali” possono essere distrutte solo dalle rivoluzioni di massa, e per arrivare a tali rivoluzioni dobbiamo liberarci individualmente dalle “finzioni sociali”, uno per uno, diventando ricchi e liberandoci dalla regola volgare della scarsità (“[diventando ricco” e superando la forza del denaro,] liberandomi dal suo giogo, divento libero”).

La storia è in qualche misura assurda (ma solo in una certa misura). Ha una specie di perversa logica dialettica che ritroviamo anche in alcuni esempi di letteratura marxiste (come qui) dove il conseguimento di una società senza scarsità ricompensa con massimo sviluppo delle forze produttive – utilizzando i mezzi più capitalistici, egoistici e distruttivi possibili. Perché il raggiungimento della felicità (dice Pessoa) si può realizzare solo in due modi: o riducendo le nostre esigenze e vivendo come animali, o creando un’abbondanza di beni materiali tale che non hanno più importanza.

Per raggiungere lo stato di libertà dobbiamo quindi attraversare la “valle di lacrime”, la Rivoluzione Industriale, l’industrializzazione stalinista, l’economia “trickle down” o il grande salto in avanti di Mao. Tutti questi sono tentativi di aumentare la produzione, ridurre o eliminare la scarsità ed eliminare le “finzioni sociali”.

Tutto questo ha un senso? Forse solo nella misura in cui la scarsità corrisponde alla scarsità di beni materiali. Al giorno d’oggi, molte di queste scarsità (cibo, acqua, elettricità, alloggi) sono state eliminate per molte persone nel mondo. Ma altri tipi di scarsità, di beni posizionali, saranno per definizione sempre con noi: non possono essere eliminate, non importa quanti televisori, iPhone, angurie e patate produciamo. Quindi, l’Utopia post-scarsità sembra in realtà essere un “non-posto”, e la logica dietro all’idea che lo sfruttamento senza scrupoli degli altri sia una scorciatoia verso il mondo libero dalla scarsità è davvero perversa.

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