"Effetti collaterali" del capitalismo

Asia, il continente diseguale dove la ricchezza non è di tutti

La disparità di reddito, oggi forse più della lotta alla povertà, rappresenta la vera minaccia al Secolo asiatico, una bomba ad orologeria piazzata sotto le poltrone di governi democratici e autoritari del continente, esposti a ondate di instabilità e violenza causate non dalla fame, ma dalla legittima frustrazione di chi vede passare il treno della crescita davanti a sé senza poterci salire, mentre in prima classe il top 10 per cento asiatico gozzoviglia.

5 dicembre 2017

Senza sorprese, l’ultimo Economic Outlook redatto dall’Organization for Economic Cooperation and Development (Oecd) ha individuato nelle economie di Cina e India le due locomotive della crescita globale, prevedendo un tasso di incremento del Pil rispettivamente del 6,8 e del 7 per cento nel 2018.

Pechino, indica il report, godrà degli effetti benefici del suo «nuovo modello di crescita» – si presume un mix tra la teoria del New Normal e l’espansione commerciale della Nuova Via della Seta, mentre New Delhi dovrebbe approfittare delle riforme economiche promosse in questi anni (dall’Iva unificata all’attesa legge sulla compravendita dei terreni). Siamo, come sempre, nel campo delle previsioni ardite, soggette agli smottamenti finanziari e geopolitici globali, ma di certo su questo secolo asiatico incombe l’ombra di un effetto collaterale del capitalismo globale: la disparità di reddito.

Alla fine di novembre un report pubblicato dalla Banca Mondiale intitolato Riding the Wave: An East Asian Miracle for the 21st Century metteva in luce una delle conseguenze meno evidenziate nella celebrazione collettiva della crescita asiatica, tanto efficace negli ultimi decenni nella lotta alla povertà, quanto progressivamente incapace di coniugare alla crescita economica un’equa redistribuzione della ricchezza.

L’economista Lee Jong-Wha, commentando il report in un articolo pubblicato da Project Syndicate, spiega:

«Dal 1990 al 2012, il coefficiente Gini – una convenzione che misura la disparità di reddito – in Cina è drammaticamente cresciuto da 0,37 a 0,51 (dove 0 rappresenta la parità di reddito perfetta, 1 la disparità di reddito perfetta). È aumentato anche in India, da 0,43 a 0,48. E perfino le quattro “Tigri Asiatiche” – Hong Kong, Singapore, Corea del Sud e Taiwan – che precedentemente avevano saputo crescere più equamente, ultimamente stanno registrando una disparità di reddito in aumento. In Corea del Sud, ad esempio, la porzione di reddito detenuta dal top 10 per cento è salita dal 29 per cento del 1995 al 45 percento del 2013».

Secondo Lee, le stesse forze propulsive delle economie emergenti asiatiche – la «globalizzazione sfrenata» e il progresso tecnologico – sono responsabili del lento ma inesorabile allargamento del divario tra chi ha potuto raccogliere i frutti della crescita e chi, invece, è rimasto al palo.

«In breve, come riconosciuto dal premio Nobel Angus Deaton, la creazione di nuove opportunità per un certo gruppo di milioni di persone, costringendo alla stagnazione salariale, alla disoccupazione e alla precarietà economica un enorme numero di persone, la globalizzazione e l’innovazione tecnologica hanno contribuito ad allargare il divario tra chi ha e chi non ha».

Processi evidenti come nel caso delle delocalizzazioni cinesi oltre i confini della Repubblica popolare, che hanno portato a una gara al ribasso giocata sui salari della manodopera non specializzata, o in India, dove il problema della mancanza di nuovi posti di lavoro rappresenta il soffitto di vetro che centinaia di milioni di indiani residenti nelle campagne non possono sfondare, vedendosi negata l’aspirazione collettiva di entrare a far parte della classe media.

Stesso discorso per il sudest asiatico, dove il contrasto visivo tra i ricchissimi e i poverissimi è forse meno crudo, ma non per questo assente. Simon Roughneen, su Nikkei Asian Review, estrapolando dal report della Banca Mondiale, scrive: «Approssimativamente, 250 milioni di persone vivono negli slum della regione dell’Asia Pacifico, che non comprende l’India, nonostante il numero di miliardari sia cresciuto del 30 per cento tra il 2002 e il 2014».

La disparità di reddito, oggi forse più della lotta alla povertà, rappresenta la vera minaccia al Secolo asiatico, una bomba ad orologeria piazzata sotto le poltrone di governi democratici e autoritari del continente, esposti a ondate di instabilità e violenza causate non dalla fame, ma dalla legittima frustrazione di chi vede passare il treno della crescita davanti a sé senza poterci salire, mentre in prima classe il top 10 per cento asiatico gozzoviglia.

La classe dirigente asiatica lo sa bene e non è un caso che tra le parole d’ordine degli ultimi anni si sia imposto, al fianco del mantra «crescita», l’aggettivo «inclusiva».

Secondo Lee, la correzione di questa tendenza alla disparità non può essere lasciata solo nelle mani del mercato:

«I paesi asiatici devono cambiare le regole del gioco, fornendo opportunità ai giovani, qualsiasi sia il loro background, così da poter salire la scala del reddito. I meccanismi di mercato non sono sufficienti. I governi devono prendere l’iniziativa, affiancando alle proprie politiche pro-crescita misure che garantiscano una suddivisione più equa e sostenibile dei profitti».

L’opinione degli osservatori è unanime e ben sintetizzata in questo commento pubblicato dalla Asia Development Bank: per combattere la disparità di reddito occorre investire nell’istruzione, nella salute pubblica, nella formazione di manodopera specializzata e nella protezione dei diritti dei lavoratori, rafforzando il welfare, nell’accesso al credito e nella riscossione di tasse da chi si può permettere di pagarle.

Una ricetta non nuova ma che si scontra con una realtà lampante per la classe politica, come ha spiegato a Nikkei Asian Review il ministro delle finanze indonesiano Chatib Basri: «Sappiamo tutti cosa dobbiamo fare. Solo che, dopo averlo fatto, non sappiamo come far a essere rieletti».

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