Lo chiamavano laboratorio keynesiano

Abenomics funziona ancora? Il Giappone
va alle urne

«Gli stipendi hanno registrato il peggiore crollo degli ultimi 25 mesi, i bonus sono stati falciati e le pressioni inflazionistiche sono state inesistenti. Nonostante l’economia giapponese sia cresciuta per sei mesi consecutivi, compagnie come Toyota Motor e Fast Retailing mancano della fiducia necessaria a ingrossare le buste paga dei propri dipendenti»: parola di chi critica le politiche economiche del premier Shinzo Abe, a caccia di un terzo mandato alla guida del Paese alle prossime elezioni del 22 ottobre.

12 ottobre 2017

È iniziata in Giappone l’ennesima campagna elettorale nazionale in vista dell’apertura delle urne il prossimo 22 ottobre. Si tratta di elezioni lampo indette dallo stesso premier Shinzo Abe, che a fine settembre ha annunciato a sorpresa lo scioglimento delle camere in una mossa che a molti ha ricordato l’azzardo di Theresa May nel Regno Unito sulla via della Brexit.

Una decisione che, pur essendo nell’aria tra i teorici della fantapolitica à la House of Cards, è stata ampiamente giudicata come un «colpo da maestro» di Abe, leader del Partito Liberaldemocratico (LDP) a caccia di un terzo mandato di quattro anni alla guida del paese, da mettere in cassaforte ora che l’opposizione del Partito Democratico (DPJ) sta attraversando uno dei periodi più bui della propria storia.

«Il governo di Shinzo Abe è sotto assedio su più fronti: minacce missilistiche di Kim Jong-un, frecciatine di Donal Trump circa una imminente “trade war”, scandali clientelari e politiche economiche al di sotto delle aspettative. E cosa fa un leader giapponese impegnato in battaglie simili? Chiama elezioni anticipate, ovviamente».

In poche righe il giornalista William Pesek, dalle colonne di Nikkei Asian Review, è riuscito a sintetizzare la situazione al limite dell’assurdo che il Giappone si appresta ad affrontare tra nemmeno due settimane, evidenziando una serie di punti che, oggettivamente, indicano un LDP non proprio in luna di miele con l’elettorato giapponese. Ultimo in ordine di tempo, lo scandalo di terreni venduti a prezzi di favore a organizzazioni esplicitamente appartenenti all’area della destra nazionalista che ha coinvolto il Abe e consorte lo scorso marzo e che aveva dato l’impressione di una maggioranza traballante e un premier in difficoltà. Ciò nonostante, elezioni saranno.

Abe, materialmente, vuole un nuovo «mandato degli elettori» al fine di portare avanti fondamentalmente due progetti: la riscrittura della costituzione pacifista giapponese – abrogando la rinuncia alla guerra sancita nella Carta, spostando il paese ulteriormente più a destra – e il programma di rivitalizzazione economica intrapreso nel 2012, Abenomics. Quest’ultima è la ricetta, di cui avevamo già parlato qui qualche mese fa, che avrebbe dovuto trainare il paese fuori dalla palude della recessione.

Pro e contro Abenomics

L’esito della dottrina Abenomics – aumentare la spesa pubblica e gli stimoli fiscali per innescare un «circolo virtuoso», così da alzare gli stipendi e incoraggiare i consumi – è ancora oggetto di dibattito tra strenui oppositori del premier e analisti fiduciosi.

Tra i critici c’è Pesek che sul Nikkei Asian Review scrive:

«Nel mese di luglio, gli stipendi hanno registrato il peggiore crollo degli ultimi 25 mesi, i bonus sono stati falciati e le pressioni inflazionistiche sono state inesistenti. Nonostante l’economia giapponese sia cresciuta per sei mesi consecutivi, compagnie come Toyota Motor e Fast Retailing mancano della fiducia necessaria a ingrossare le buste paga dei propri dipendenti».

Secondo Pesek, pensare che Abe «questa volta» proceda davvero a fare quelle riforme strutturali necessarie per rivitalizzare il mercato giapponese – «alleggerire le norme nel mercato del lavoro, aggiustare le tasse (non solo alzarle) e architettare un boom delle startup» – sarebbe insensato: «Gli interessa solo riscrivere la costituzione».

Tra i fiduciosi – o quantomeno tra chi ancora, all’alba del terzo mandato, dà ad Abe il beneficio del dubbio – c’è Tom Holland, che sul South China Morning Post elenca alcuni dati tutto sommato confortanti: nell’ultimo trimestre il Giappone è cresciuto del 2,5 per cento, sesto trimestre di crescita consecutiva; i profitti di Japan Inc. stanno crescendo a tassi maggiori del Pil, dando ampio margine di manovra ai manager per nuovi investimenti; la disoccupazione è ai minimi storici e, dice Holland, «non potrà passare ancora molto prima che gli stipendi inizino a salire, incentivando ancora di più i consumi e la domanda». Sta di fatto che, ad oggi, questo aumento degli stipendi ancora non si è verificato.

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L’idea di una premier donna si allontana

Abe, nelle prime dichiarazioni rilasciate in modalità campagna elettorale, ha promesso di promuovere investimenti nelle aziende giapponesi e nell’istruzione: misure che saranno coperte dall’aumento della tassa sui consumi dall’8 al 10 per cento.

Alzare le tasse per sostenere la ripartenza economica, con un occhio di riguardo per il welfare, è anche il programma del DPJ di Seiji Maehara, il candidato dei democratici universalmente considerati alla deriva e senza la minima speranza di spuntarla il 22 ottobre.

Nonostante le previsioni diano la vittoria di Abe come scontata – ma col rischio di perdere la maggioranza assoluta che l’LDP esprimeva con ben due terzi dei seggi in parlamento – tutti gli occhi sono puntati sul nuovissimo Partito della Speranza  (Kibo no To) di Yuriko Koike.

Koike, governatrice di Tokyo dall’agosto del 2016 ed ex membro dell’LDP, è a capo di un nuovo partito da lei stessa descritto come «riformista, conservatore e contro gli interessi occulti»: un pedigree di centrodestra che Abe teme possa ingolosire anche dalle parti dell’elettorato tradizionalmente fedele all’LDP, sulla scia dell’entusiasmo che circonda l’ascesa della governatrice Koike.

Sessantacinque anni, già ministra della difesa nel 2007 nel governo Abe, Koike non si distanzia molto dalla visione politica dell’attuale premier in termini di sicurezza. In un lungo ritratto pubblicato sul New York Times si legge: «Introducendo un nuovo partito a livello nazionale, Koike, tra i falchi in tema sicurezza e a sostegno di Abe nella revisione della costituzione pacifista, è riuscita a differenziare la propria formazione politica dal partito di governo schierandosi a favore dell’abolizione dell’energia nucleare in Giappone. Abe era a favore della rimessa in moto delle centrali nucleari chiuse dopo il disastro di Fukushima».

Le speranze di chi avrebbe voluto vedere l’ascesa della prima premier donna nella storia giapponese, indipendentemente dall’esito delle elezioni, dovranno attendere ancora: Koike ha deciso di guidare il proprio partito dall’esterno, rinunciando alla propria candidatura personale.

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