Npl e Banche

Lo scudo
di Atlante

2 maggio 2016

2 MAGGIO 2016 – L’Ipo della Banca Popolare di Vicenza è saltato. «Borsa Italiana – si legge in una nota – non dispone l’inizio delle negoziazioni e pertanto il provvedimento di ammissione delle azioni della Banca Popolare di Vicenza è da considerarsi decaduto». L’aumento di capitale per 1,5 miliardi di euro era stato sottoscritto venerdì per il 7,66% e il valore dell’azione era stato fissato a 0,1 euro (al minimo della forchetta, compresa tra i 10 centesimi e i 3 euro), sempre che l’istituto di credito fosse riuscito a quotarsi in Borsa mercoledì 4 maggio. Il via libera della Consob per capire se potesse avverarsi l’Ipo, visto che il flottante era esiguo, era atteso per oggi ma Borsa spa ha deciso che «non sussistono i presupposti per garantire il regolare funzionamento del mercato». Con il fallimento dell’Ipo il fondo Atlante, che sottoscriverà integralmente l’aumento di capitale da 1,5 miliardi, avrà quindi il 99,33% della banca.
Per ora si è sicuramente evitato il peggio ma il verdetto sulla quotazione in Borsa non promette niente di buono: come si leggeva in mattinata sul Sole24Ore, «se l’istituto non riuscisse ad accedere al listino, l’offerta di azioni al pubblico decadrebbe e sia i 6mila risparmiatori che hanno sottoscritto l’aumento di capitale, sia gli investitori istituzionali, non potrebbero più ottenere le azioni». Ma non si tratta dell’unica conseguenza negativa: «per i 120mila risparmiatori che hanno già le azioni, ipersvalutate, della banca, si chiuderebbe la possibilità di rivenderle o di vederle eventualmente rivalutate un po’».
La partita, insomma, diventa più complicata del previsto, nonostante già a fine 2015 ci fossero tutti gli elementi per comprendere che la situazione era esplosiva e sul punto di deflagrare come raccontato sotto Natale dal professor Philip Wade in “Tempesta a Nord-Est”.

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30 dicembre 2015, dal diario di Philp Wade

Milano è tutt’altro che fredda, nel sole di dicembre. Non rispetto a Londra, che è la città dove vivo e sarebbe un ingiusto metro di paragone. Ma rispetto a se stessa. L’ho frequentata quando ero un giovane studente inglese in Italia. L’ho frequentata più tardi, quand’ero lo strategist per la grande banca. Ora che cammino per piazza Cordusio con l’andatura pesante da professore di mezz’età, questa città mi sembra cambiata almeno quanto sono cambiato io.
La forma ellittica della piazza, le rotaie che l’attraversano, l’imponenza dei palazzi ottocenteschi che l’accerchiano. Questo era uno dei luoghi sacri della Milano finanziaria, con le sedi centrali delle grandi banche. La facciata concava di palazzo Broggi ha ospitato la Borsa italiana per i primi trent’anni del Novecento. Il secolo al quale appartengo. Oggi sono un uomo disorientato, e palazzo Broggi è stato acquistato pochi mesi fa dai cinesi. Alla Storia non manca l’ironia, penso fermandomi sotto il Palazzo delle Assicurazioni Generali.

Guardo gli altri edifici, sedi di grandi banche come da tradizione di questa piazza. Non sono queste banche ad avermi portato a Milano, ma è di banche italiane che voglio parlare con l’uomo che sto aspettando. Deve arrivare a momenti.

Per lui ho allungato il mio soggiorno italiano. Per lui ho preso un treno dalla Stazione Termini in direzione Nord. Dovevo rimanere nella Capitale solo un paio di giorni, il tempo di onorare una dolorosa incombenza. Il funerale di un vecchio compagno di studi, come me allievo di Federico Caffè a Roma. Era una delle mie vite passate e i tempi erano diversi. Il passare degli anni lo sento ogni settimana, a lezione con i miei allievi del “Birkbeck College”, ma la morte di qualcuno che ricordo ragazzo appesantisce ancora di più la mia andatura.
L’uomo che sto aspettando emerge da una di quelle vite passate. Quando avevo deciso di rinnegare me stesso, quando ero passato dall’altra parte. Quando avevo accettato la proposta di un amico italiano che lavorava nella grande banca a London City: la banca di Derek Morgan, l’Americano, il grande manovratore, il Signore delle variabili.
Eccolo, Bruno. Si staglia sullo sfondo di palazzo Broggi. La nuova finanza, quella dei 2.0, dei quant, di giovani raider che sanno tutto di economia, matematica, fisica, teoria politica: quella nuova finanza dà le spalle ai luoghi dell’antica finanza. Chissà se quell’uomo che si avvicina a passo svelto, mani in tasca, spalle dritte, profilo aquilino, capelli ricci, in un vestito blu senza cappotto, come si usa nella City… chissà se quell’uomo lo sa che più di un secolo fa i Bruno Livraghi di allora scambiavano proprio dentro quel palazzo.

Sorrido, ma non per salutarlo. Perché mi rendo conto che cent’anni fa semplicemente non esistevano uomini come Bruno Livraghi. Solo l’ultima frontiera della finanza poteva generare la sua espressione più pura. Un uomo ossessionato dall’attimo giusto, un devoto del profitto e della velocità, un raider dalle conoscenze enciclopediche che addirittura sa leggere il body language.
Bruno è l’uomo a cui chiedere informazioni sulla crisi patrimoniale di quattro banche italiane. Voglio capire perché come e perché questo crack ha messo in ginocchio decine di migliaia di risparmiatori. Come e perché sia stato possibile il suk delle obbligazioni subordinate tra compensi sguaiati per i manager e silenzio colpevole dei controllori. Voglio capirlo, e Bruno è l’uomo giusto a cui chiedere.
Eccolo.

Si avvicinano i suoi lineamenti rigidi, la maschera che non tradisce espressioni. Quando lavoravo nella grande banca, non eravamo amici. E non lo siamo diventati dopo. Ma negli ultimi tempi ci siamo visti alcune volte: un mio invito a parlare in una lezione al “Birkbeck”, un suo invito nella blue room del “Berkeley Hotel”. E adesso questo incontro, che gli ho chiesto senza sperare di trovarlo in Italia. Bruno che si divide tra Londra e New York, Bruno che è diventato un uomo di vertice in un importante hedge fund americano. Bruno che mi stringe la mano: “Hi, Philip”. Parla in inglese, un gesto di cortesia.

“Ciao Bruno” rispondo. “Va bene la tua lingua.” Dal modo che ha di guardarmi, ho l’impressione che mi stia facendo una radiografia.

“Anche per il contenuto della conversazione, immagino…”.

Non mi scompongo. Sono abituato alle intuizioni di Bruno. Su di lui circolavano leggende nella comunità finanziaria. Si diceva che appena sbarcato a Londra, giovanissimo, avesse dissuaso da un trade il suo primo datore di lavoro, dopo aver visto in Tv la conferenza stampa dell’amministratore delegato di una corporation. E solo sulla base del movimento di un sopracciglio e della postura di una spalla.

“Come l’hai capito?” gli chiedo.

“Se il professor Wade fa un Roma-Milano, la questione dev’essere urgente. E visto che per tutto il resto non hai bisogno di me, l’unica possibilità è che vuoi sapere qualcosa sul piatto del giorno della cucina italiana.”

Sorrido.

“Camminiamo?” propone lui.

“Volentieri”.

Ci muoviamo uno di fianco all’altro. Il mio vecchio loden accanto al suo completo blu scuro. Imbocchiamo una strada, Via Gaetano Negri. È intitolata a un uomo dell’Ottocento, un politico ma anche un letterato, un sindaco di questa città che scriveva saggi su George Eliot e Giuliano l’Apostata.
Restiamo in silenzio, ho modo di pensare. Se conosco Gaetano Negri è perché anch’io sono enciclopedico. Nel neonato Stato italiano si posizionava fra i banchi della Destra storica, da senatore e da deputato, e conduceva una vita ritirata amministrando le proprietà familiari e scrivendo. Un uomo perbene, Gaetano Negri. Non si può dire lo stesso di alcuni esponenti della sua corrente, né di parte della classe politica di fine Ottocento. Lo scandalo bancario che travolse il Paese emerse fra le resistenze della Destra come della Sinistra storica, che occultavano la condizione patrimoniale di alcune banche dell’epoca. Avevano riscontrato irregolarità ma non chiedevano la testa dei vertici colpevoli. Sulla Banca Romana, in particolare, non tornavano i conti delle emissioni: risultava un eccesso di circolazione, enormi quantità di banconote ufficialmente distrutte e invece ancora fuori, e la banca era creditrice per ingenti finanziamenti al settore edilizio durante la speculazione che tirò su interi quartieri della Capitale. Bilanci compromessi, management disinvolti. Controllori che non controllano o tacciono, perfino il presidente del Consiglio e il suo ministro del Tesoro.

“Che vuoi sapere, Philip?” La voce di Bruno spezza il filo dei pensieri. Intorno a noi i negozi sono allestiti per le feste, lungo Via Gaetano Negri.

Mantengo il mio passo: “Questa storia dei subordinati mi sembra l’innesco di una potenziale deflagrazione”.

Lui si stringe nelle spalle: “Fammi raccontare prima com’è cominciata…” E rallenta di fronte allo specchio di una vetrina. Controlla la sua immagine, poi ricomincia a parlare: “Il mercato dei subordinati è stato il pasto offerto dallo chef alla finanza, a partire dall’inizio della crisi. Appena si è capito che l’unica misura in direzione della ripresa sarebbe stata la difesa e il risanamento delle banche, abbiamo iniziato a comprare i subordinati. Non c’era una garanzia implicita dello Stato, ma tutti pensavano che lo Stato alla fine sarebbe intervenuto, come al solito, per tappare eventuali falle, magari con aggregazioni ad hoc. E comunque quelle obbligazioni offrivano rendimenti altissimi. Il settore bancario italiano appariva tra i più solidi in Europa: le banche erano poco esposte ai titoli tossici e non si erano distinte nella bolgia di acquisizioni dei primi anni Zero. Era un porto sicuro, l’Italia, con un indebitamento totale molto più esposto sul settore pubblico che su quello privato. Ma questo lo sai…”

Annuisco. “Mi interessa quello che viene dopo.”

Fra le luci di Natale della strada, Bruno continua a non tradire emozioni. “Il problema del dopo in realtà nasce allora. Si sviluppa in quel periodo, quando un prodotto sofisticato diventa popolare e inizia a riempire i borsini delle banche. Fino a diventare un’offerta retail. Per le banche è perfetto: usano i subordinati per ricapitalizzarsi. È perfetto anche per gli investitori: il rendimento è un multiplo dei tassi correnti. Ed è un sollievo per le autorità che devono regolamentare i mercati: i ratios delle banche migliorano. Erano tutti contenti, Philip. Ma la crisi durava. Considera certe gestioni disinvolte dei management ed ecco che nelle banche continuavano ad accumularsi crediti deteriorati, nel silenzio più totale. E arriviamo a oggi: la massa di quei crediti è enorme, il legislatore europeo incombe con nuove regole, più stringenti, e diventa lampante l’assenza di chi doveva controllare”.

Mi schiarisco la voce, poi dico: “Qualcuno ci ha rimesso tutto, però”.

“Non chiedermi compassione.”

“Tu lo sapevi, Bruno, cosa comprare e quando vendere. Altri no, altri non lo sapevano.”

Si ferma. “Che vuoi che ti dica? Che ci risiamo? Che il passato torna in continuazione?”

Mi fermo anch’io, ma lui s’incammina di nuovo.

“Comunque, sì, il connubio era tra investitori impreparati, controllori deboli, a volte inefficaci, e banche spregiudicate…”

Sollevo un dito. “Senza scrupoli, Bruno. Le parole sono queste.”

“Le parole hanno tanti significati.”

“Qualche volta ne hanno uno soltanto, quello letterale.”

Restiamo in silenzio. Sul marciapiede corrono bambini, trillano i campanelli sulle porte dei negozi. È lui a riprendere: “Ti concedo che alcuni investitori fossero impreparati”.

“Diciamo pure vittime sacrificali.”

“No, Phil. Erano affamati di rendimenti fuori mercato. E in questo non sono diversi da me.”

“Ma gli investimenti erano dati come sicuri.”

Scuote il capo. “Gli strumenti per capire, riscontrare e sapere esistono. Comunque alcuni hanno investito senza consapevolezza in strumenti rischiosi con un rendimento superiore. Il loro interlocutore è uno sportellista, ormai sono tutti private bankers. Se preferisci, se ti fa sentire in pace, diciamo pure che è circonvenzione d’incapace da parte di un semi-incapace controllato dal vertice della banca. L’investitore con un minimo di preparazione, peraltro, dispone di un campanello d’allarme” dice con un cenno alla porta del negozio che superiamo. “Uno strumento finanziario, che rende un multiplo dei tassi d’interesse, ha sempre un rischio associato al rendimento. Più alto è il rendimento, maggiore è il rischio. Logico. Se viene proposto come un investimento sicuro, è una truffa.”

Un attimo prima che la strada si apra in una piazza, metto a fuoco un parallelepipedo al centro dello slargo. È un basamento bianco, che lo smog – in questi giorni ai livelli di Pechino – ha reso grigio, e in cima svetta una scultura: una mano dalle dita serrate. Tutte, tranne una: la terza, quella centrale. Il dito medio è dritto, teso. Il gesto universale e inconfondibile. Fuck off.

“Lo conosci?” dice Bruno.

“Ne avevo sentito parlare” rispondo distrattamente, guardando l’opera d’arte.

“Di solito viene chiamata Il Dito, ma il titolo è LOVE. Sta per Libertà, Odio, Vendetta, Eternità.”

“Proprio davanti a quel palazzo” dico a mezza voce. Perché al di là del Dito di Maurizio Cattelan, si alzano le colonne e la facciata e l’orologio a triangolo di palazzo Mezzanotte. Piazza Affari. La Borsa della Repubblica italiana.

Ci fermiamo. Con la testa accenno all’opera: “Con chi ce l’ha?”

“Forse con quelli là dentro” scherza Bruno.

Ma io torno alla nostra questione, lo guardo. “E tutto questo, tutto è successo senza che nessuno se ne accorgesse?”

Lui non volta la testa: “Chi doveva controllare si rendeva conto del dissesto, dell’incapacità dei vertici e degli amministratori…”

“Diciamo pure della disonestà.”

Bruno non fa caso alla puntualizzazione e va avanti: “Il controllore avverte i vertici della banca, ovviamente con moniti secretati per non creare il panico. Non prende provvedimenti disciplinari ma invita la banca a ripatrimonializzarsi. I modi sono due: aumento di capitale o emissione di strumenti ibridi. E questi, chi li può sottoscrivere? I correntisti della banca locale, è chiaro. Non certo gli investitori istituzionali, che si tengono lontani. Quindi il controllore spinge le banche in difficoltà a emettere strumenti rischiosi, ma si disinteressa del profilo dell’investitore finale. Se a sottoscrivere quei prodotti fossero degli investitori professionisti, non obietterebbe nessuno. Il problema, Phil, è nella catena di controllo: da quando non vengono puniti i responsabili dei dissesti fino a quando i dissesti sono coperti con delle inutili toppe”.

Ma io non lo ascolto quasi più. Moniti secretati, penso. Come per lo scandalo della Banca Romana. “Adesso vediamo se ho capito, Bruno. Te la racconto a modo mio”. Seguo la linea verticale dell’abnorme dito medio, parallela alle colonne di palazzo Mezzanotte. E dico: “Da sempre le banche sono strumenti di potere. Regolano gli equilibri di una nazione, figurarsi quando hanno a che fare con realtà locali. Danno vita a insediamenti urbani e aziende, regolano la vita economica del territorio. E così finiscono per usare i crediti come strumento politico, fuori da ogni controllo. I crediti si deteriorano, quindi si deteriorano i ratios patrimoniali, quindi si vendono prodotti folli al piccolo risparmiatore”. Mi concentro sulle increspature che percorrono il dorso della mano di Cattelan. Proseguo: “La banca deve estrarre valore dai piccoli clienti, per mettere una toppa ai problemi nati coi grandi. E questi, ipertassati a loro volta, devono nutrire il Leviatano della cosa pubblica. Le banche rispondono a un dispositivo generale di estrazione del valore. Sono costrette a  estrarre  dalla classe media, dalla vita stessa, quando invece le imprese a cui prestano dovrebbero ricapitalizzarsi con risorse proprie. Qui i colpevoli sono davvero troppi. Gli imprenditori col nero in Svizzera, la Porsche in garage e il fido in banca, i risparmiatori che cercano rendimenti dopati, i controllori deboli, i banchieri che estraggono valore ovunque. Oggi ci si indigna per l’ennesimo furto, ma il problema è globale. Il capitalismo estrattivo non salva nessuno. Tutto è a reddito: la terra, l’acqua, l’atmosfera, i saperi. Perfino gli affetti e le relazioni. Figurarsi se i piccoli risparmiatori possono restarne fuori…”

Mi interrompo. Bruno guarda lontano. “Non è la mia guerra, Philip.”

“Lo so. La tua mi sa che prevede un ‘corto’ sulle banche che dovranno ricapitalizzare.”

Lui sogghigna. “Non è tutto. Shorto le banche e mi metto lungo sui subordinati che adesso non vuole nessuno. Tra poco su un pezzo d’Italia, sul famoso Nordest, sarà tempesta, e io sarò lungo di roba che non vuole nessuno e corto di roba che andrà a zero.”

“Non hai limiti.”

Torna serio. “È la guerra che combatto a non averne. E se vuoi che sia sincero, credo che tu continui a combatterne una che è stata persa da molto tempo.”

Poi resta il silenzio. Mi sento stanco. La mia guerra è stata persa molto tempo fa. Abbandono gli occhi sulla scultura: mi domando se quel gesto non sia rivolto a me, invece che all’edificio di piazza Affari.

Fuck off, Philip Wade.

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I Diavoli della nostra epoca dominano le variabili. Prevedono il futuro. Se è necessario lo determinano per influenzare il corso degli eventi. Non credono al caso o alla fortuna. Figure enigmatiche e ambivalenti – I Diavoli – tra inganno e prodigio, perseguono un ordine molto spesso volto al loro esclusivo interesse. In questi anni si sono mossi – decisi e sfuggenti – davanti ai grandi eventi della nostra epoca. Dalle pagine di questo sito proveremo a raccontare fatti e raccogliere testimonianze di uomini capaci di intercettare queste verità e forzare dunque la scatola dei segreti del potere finanziario, per mostrarne a tutti il contenuto.

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