Economia e finanza

La nuova vocazione
degli italiani: l’eredità

10 giugno 2016

Eravamo santi, poeti e navigatori. Siamo diventati un popolo di ereditieri. O almeno lo è diventata quella parte di popolazione italiana che ha la fortuna di avere alle spalle famiglie ben dotate. Il resto dovrà accontentarsi di vivere con quel che riesce a racimolare da un sistema economico profondamente duale e ineguale, con le opportunità ridotte al lumicino per chi parta da zero. Questo almeno mi pare il senso di un’affermazione che leggo in un’appendice che la Banca d’Italia ha pubblicato nella sua ultima relazione annuale, dove si osserva che “la minore accumulazione di ricchezza propria ha ampliato il peso di quella ereditata, concorrendo a rafforzare il ruolo della famiglia di origine nel definire lo status socio-economico e al radicarsi di disuguaglianze indipendenti dai meriti e dalle capacità individuali”.

Questa sorte di determinismo economico è il risultato di alcuni decenni di politiche economiche poco avvedute, dall’influenza del contesto internazionale e dall’evoluzione demografica della nostra popolazione, che chissà quanto dipende dalle une e dall’altro. Una pluralità di cause che trova nei primi anni Novanta, quando iniziano i problemi per la nostra economia, il momento di cesura. All’epoca la quota di popolazione appartenente alla classe media si è ridotta di sei punti percentuali, assai più di quanto sia accaduto dopo il 2008, e al contempo è aumentata la quota di reddito dei più ricchi, sempre nei primi Novanta, dal 6 al 10%, contrariamente a quanto accaduto nella recessione più recente. Ciò significa cha la società italiana ha preso la sua forma attuale in quegli anni e si è trascinata fino ai giorni nostri mostrando persino una certa resilienza.
“Il rallentamento dell’economia italiana avviatosi negli anni novanta  – recita la relazione – si è riflesso sui redditi familiari, in particolare dei lavoratori dipendenti: di chi era attivo nel mercato del lavoro e, in misura maggiore, di chi vi è entrato negli anni successivi; ha pesato soprattutto sui più giovani, che hanno rinviato l’uscita dalla famiglia di origine e subìto un calo del reddito atteso lungo l’intero ciclo di vita rispetto alle generazioni precedenti”.

Rimane la domanda del perché si sia arrivati alla fine del secolo scorso in queste condizioni e quanto abbiano pesato le scelte compiute nei decenni precedenti. E in tal senso è utile leggere l’analisi svolta da Bankitalia che si basa su quella dei bilanci delle famiglie italiane a partire dal 1977. Consente quindi di avere uno sguardo profondo abbastanza che ci racconta come sia mutata la nostra società e che tipo di problematiche ha finito col determinare.
Giocoforza partire dalla demografica. Negli ultimi quarant’anni è cambiata sostanzialmente la struttura della popolazione. La popolazione con almeno 65 anni, riporta lo studio, è pari oggi a oltre un terzo di quella tra 20 e 64 anni, circa il doppio che negli anni settanta. Inoltre è salita considerevolmente la speranza di vita. Insieme con l’invecchiamento sono aumentati anche il livello di istruzione e la partecipazione femminile al mondo del lavoro. Senonché a questi miglioramenti non ha corrisposto la capacità dell’economia di assorbire le accresciute risorse disponibili. Il Paese si è mostrato poco capace di adattarsi ai cambiamenti globali e la produttività totale dei fattori, che indica l’efficienza del sistema produttivo, è diminuita dall’1,4% del periodo 1974-1993 allo 0,3% del ventennio successivo.

Tutto ciò ha avuto un impatto sul reddito disponibile delle famiglie. “Il reddito annuo medio pro capite da lavoro dipendente (al netto di imposte e contributi sociali), salito quasi ininterrottamente fino al 1989, si è fortemente contratto durante la recessione dei primi anni novanta; nel 2006 era cresciuto di appena il 10 per cento rispetto al 1977”. Al contrario, il reddito pro capite da lavoro autonomo è cresciuto di circa il 40% nel periodo 1977-2006. E’ utile sottolineare che la quota di percettori di redditi da lavoro dipendente ha conosciuto il suo picco più basso nella seconda metà degli anni ’80, arrivando sotto il 27% della popolazione, e quello più alto nel primo decennio del nuovo secolo, sfiorando il 32%. I lavoratori autonomi hanno conosciuto il picco più alto nei primi anni ’80, superando il 9%, e il più basso nella seconda, sotto il 7%.
Con l’arrivo della crisi entrambe le categorie hanno sofferto un calo di reddito: “Nel 2014 i redditi sono tornati ai livelli della fine degli anni settanta”, spiega Bankitalia. E l’aumento della disoccupazione ha fatto il resto: siamo entrati in sofferenza e con le famiglie, poco più tardi anche le banche.
Scrutando l’andamento dei redditi, però, si nota un’altra cosa. In assoluta controtendenza, sono aumentati quelli derivanti dalle pensioni e quelli ricavati dagli immobili. I redditi da pensione – valori in euro del 2014 – sono passati da 17 mila euro del 1977 agli oltre 23 mila del 2015. A fronte di ciò, la quota di pensionati sul totale della popolazione è raddoppiata da poco più del 7% al 15%, riflettendosi in ciò la mutata composizione demografica. L’andamento dei redditi da immobili racconta una storia simile. Il reddito, che nel 1977 superava di poco i 5 mila euro l’anno ha sfiorato i dieci prima della crisi per arretrare intorno a otto nel 2015. Ciò mentre la quota delle famiglie percettrici cresceva da meno del 60 del ’77 a oltre l’80% nel 2015. Quindi in pratica l’aumento delle rendite, che si sono distribuite lungo la fascia della popolazione più anziana, ha in qualche modo compensato il dimagrimento dei redditi, ma solo a vantaggio di chi poteva disporre di tali entrate. Chi era privo di immobili o di un reddito da pensione ha solo perso.

E questo spiega perché siamo diventati un popolo di ereditieri. Poiché è assai improbabile che oggi un lavoratore sia capace di comprarsi casa con il proprio reddito, può solo chiedere il soccorso dei propri familiari  – ammesso che siano dotati – o aspettare di ereditare l’immobile dove vivono, contentandosi per il momento di condividerlo.
Non a caso i giovani italiani sono quelli più tardivi nell’abbandonare il nido natio. Anche perché, casa a parte, è difficile che ai loro redditi da lavoro accada quello che è accaduto ai redditi dei pensionati che sono raddoppiati in quarant’anni. Ammesso di avercelo, un reddito da lavoro, gli incrementi prevedibili nel corso di una vita lavorativa sono sicuramente inferiori. Basti considerare che, come ha rilevato l’Istat nel suo ultimo rapporto annuale sul 2015, la quota di occupati che cresce costantemente sono i cosiddetti precari che peraltro con i loro versamenti contributivi contribuiscono notevolmente al pagamento delle pensioni attuali avendo poche speranze di riceverne una dignitosa quando saranno vecchi.
Il combinato disposto di questo capolavoro distributivo ci ha condotti a una situazione in cui la ricchezza delle famiglie è aumentata – soprattutto grazie all’aumento del valore degli immobili – e con essa il reddito, ma questa crescita si è concentrata sulle fasce più anziane della popolazione – l’unica fascia dove si avuta ad esempio un aumento dei proprietari di casa – con la conseguenza che il reddito pensionistico e i risparmi accumulati dagli anziani (e le case) sono diventato il vero ammortizzatore sociale per molte famiglie più giovani le cui prospettive di reddito futuro sono scoraggianti: “Si stima che il reddito permanente al netto dei trasferimenti pensionistici, ovvero quanto in media ci si può attendere di guadagnare lungo l’intero ciclo di vita, non cresca più o sia addirittura in calo per le generazioni più giovani che hanno formato una famiglia rispetto a quelle che le hanno precedute”.

Basti considerare che la quota della popolazione il cui reddito deriva per almeno due terzi dalla pensione sfiora ormai il 20%, coerentemente con l’invecchiamento della popolazione. Ma al contempo la quota della popolazione che viveva in famiglie dove almeno i due terzi del reddito provenivano dal lavoro, che era al 65% prima della crisi d’inizio anni ’90, ormai è vicina al 50%.
Tutto ciò disegna uno scenario scoraggiante per le generazioni più giovani, e ancor di più per coloro che non hanno alle spalle ricchezza familiari. “L’indebolimento, dagli anni novanta, dell’economia italiana – conclude Bankitalia – ha gravato in particolare sui più giovani: sono aumentate le opportunità di ingresso nel mercato del lavoro, ma le carriere lavorative sono diventate più intermittenti e i livelli retributivi iniziali inferiori a quelli dei coetanei di generazioni precedenti, nonostante il più alto livello di istruzione”. Infatti “secondo i dati dell’Ipns, tra la fine degli anni ottanta e l’inizio del decennio scorso, la retribuzione settimanale d’ingresso è diminuita, in termini reali, di circa un quinto; il calo non è stato accompagnato da progressioni retributive più rapide”. Il tutto ha provocato che “tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni duemila la quota di giovani tra i 25 e i 34 anni che viveva ancora nella famiglia di origine è raddoppiata, da poco più di un quarto a circa la metà”.

Insomma, i giovani italiani non hanno molte alternative, oltre a chiedere la paghetta ai parenti che se la possono permettere, possono decidere di trovare un lavoro, ai prezzi e alle condizioni contrattuali correnti, emigrare o aspettare l’eredità. Nel dubbio, una quota rilevante, che l’Istat calcola in circa il 27% della fascia 15-34enni (dato 2015), per il momento non studia né lavora. Forse ha deciso di aspettare.

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Maurizio Sgroi

Giornalista socioeconomico ed esperto di comunicazione. Ha lavorato per un numero imprecisato di giornali, sviluppato progetti editoriali, scritto libri. Fra le altre cose, segue previdenza, mercato immobiliare e finanza pubblica. Coltiva una passione, non ricambiata, per l’economia internazionale. Sito web: thewalkingdebt.org | Twitter: @maitre_a_panZer

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