Banche & Brexit

La crisi d’identità delle banche a Londra dopo la Brexit

Cosa succederà alle banche estere che operano nel Regno Unito. Agli inglesi l’euro non piace, e la Brexit lo ha confermato, ma commerciare in euro è stato, ed è tuttora, appetibile. E se cambiano le regole?

22 settembre 2016

Cosa sarà del ruolo internazionale delle banche di stanza a Londra nella difficile partita che il Regno Unito dovrà giocare all’indomani della Brexit? Se è prevedibile che i britannici faranno tutto ciò che è nelle loro possibilità per difendere la funzione delle banche dislocate sul proprio territorio – storicamente al centro del sistema finanziario internazionale – è opportuno tentare una ricognizione di come tale ruolo venga svolto e soprattutto misurarlo, utilizzando le metriche messe a disposizione dalle statistiche bancarie. Diventa strategico osservare, nel futuro dei negoziati con l’Europa per decidere il futuro dell’uscita di Londra dall’Ue, la fisionomia che andranno ad assumere le banche britanniche nella regolamentazione internazionale e, soprattutto, se cambierà la convenienza delle banche estere che a Londra in tutti questi anni hanno trovato una confortevole ospitalità.

La Bank for International Settlements (BIS), nella sua ultima “quarterly review”, ci ricorda che le banche londinesi sono «un centro nevralgico dell’attività bancaria internazionale». E non tanto (o non solo) per la quantità di risorse che passano dal Londra, ma perché «il Regno Unito svolge un ruolo particolarmente importante come centro di redistribuzione dei capitali denominati in euro».
Il punto è proprio questo. Agli inglesi l’euro non piace, e la Brexit lo ha confermato, ma commerciare in euro è stato, ed è tuttora, una delle attività preferite degli intermediari che lavorano a Londra, «la maggior parte dei quali – ricorda la BIS – ha sede legale fuori dal Regno Unito». Sono quindi banche estere allocate a Londra, ma non banche inglesi stricto sensu. Il grafico qui sotto consente di osservare la differenza dei flussi finanziari, a seconda della residenza e della nazionalità.

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Cambiare le regole del gioco, quindi, potrebbe avere un’influenza determinante per il territorio britannico che – giova ricordarlo – dall’attività finanziaria trae una quota significativa del proprio prodotto interno lordo.
L’analisi svolta dalla BIS consente di apprezzare l’importanza di questo smercio di euro che vede Londra nel ruolo di hub. «Le banche e gli altri intermediari finanziari ubicati nel Paese prendono in prestito euro dall’estero per poi investirli in attività transfrontaliere denominate in euro. Le banche situate nel Regno Unito rappresentano i maggiori beneficiari e prestatori di euro al di fuori dell’area dell’euro».

Per avere un’idea di quanto pesi questa prassi, basta ricordare che: circa il 54% di tutti gli impieghi transfrontalieri non consolidati denominati in euro a livello mondiale al di fuori dell’area dell’euro e il 60% di tutte le passività segnalate alla BIS erano nei confronti di residenti nel Regno Unito. Di recente, tuttavia, questa quota è diminuita, in parte perché sono aumentate le attività in euro di altri parte del mondo – ad esempio grazie al notevole aumento di emissioni obbligazionarie in euro di residenti Usa – e poi per le mutate ragioni di cambio. Rimane il fatto che «dal lancio della moneta unica, le posizioni denominate in euro hanno rappresentato gran parte dei portafogli transfrontalieri delle banche ubicate nel Regno Unito».
In sostanza, le banche inglesi sono quelle che più di tutte hanno prestato in euro prendendo a prestito in euro. «Per la maggior parte degli anni Duemila – sottolinea ancora la BIS – la quota dell’euro nelle attività transfrontaliere delle banche nel paese ha oscillato intorno al 40%, eguagliando pressoché quella delle attività denominate in dollari Usa».
Questa particolarità deriva dal fatto che c’è una differenza sostanziale fra le banche inglesi propriamente dette, ossia di nazionalità inglese, con quelle estera che però agiscono sul territorio britannico come residenti. Il ruolo da protagonista di Londra nel mercato finanziario, insomma, dipende sostanzialmente dalle seconde piuttosto che dalle prime. Queste ultime, peraltro, stanno soffrendo assai più di quelle europee le conseguenze delle politiche monetarie internazionale, come si può osservare in un grafico che confronta il ritorno sul capitale (ROE) delle banche britanniche propriamente dette con quella europee, statunitensi e giapponesi.

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Ciò malgrado, «il Regno Unito emerge come centro nevralgico preminente dell’attività bancaria internazionale» – spiega la BIS, anche se «gran parte di questa attività è riconducibile a banche di altri paesi con dipendenze nel Regno Unito». Magari sono le stesse che prestano in euro alle loro dipendenza britanniche e da lì trasferiscono euro fuori dal Regno Unito. Evidentemente tali operazioni trovano la loro ragione d’essere in una qualche convenienza finanziaria, a sua volta collegata alle regole che legano le banche europee al Regno Unito, ossia ciò di cui si dovrà discutere nei futuri negoziati.

Il risultato di queste pratiche è che alla fine di marzo 2016 le banche situate nel Regno Unito sono risultate le più attive nelle concessione di crediti transfrontalieri, con ben 4.500 miliardi di prestiti concessi, seguite da quelle del Giappone, con 4.300, e degli Usa, con 3.800 miliardi. Ovviamente, per poter dare tanto, bisogna pure ricevere parecchio. E infatti il Regno Unito con 3.800 miliardi, è risultato – sempre nel periodo considerato – come il secondo maggior destinatario di credito bancario transfrontaliero dopo gli Usa (4.800 miliardi). Quasi due terzi di questi crediti erano impieghi interbancari, un terzo dei quali con banche collegate. La maggioranza delle attività verso il Regno Unito arriva dalle banche statunitensi, seguite a poca distanza da quelle tedesche, spagnole e francesi.

Quel che bisogna osservare, perciò, dell’esito del post-Brexit, è se e come le regole che andranno a decidersi finiranno col turbare pratiche ultradecennali che hanno consentito al Regno Unito di diventare lo snodo fondamentale della finanza non solo europea, ma globale. Pratiche che già le perturbazioni dei mercati, con l’esplodere della crisi, hanno notevolmente mutato.
Se infatti è vero che sin dal suo esordio le posizioni denominate in euro sulla piazza londinese hanno pareggiato quelle in dollari (circa il 40% delle attività transfrontaliere), dal 2012 queste quote hanno iniziato ad assumere andamenti divergenti, in gran parte a causa dell’andamento dei tassi di cambio. Dunque, dal 2012 la quota in euro è scesa dal 39% al 33% a fine marzo 2016, mentre quella in dollari è salita dal 39% al 44%. In sostanza, le banche localizzate nel Regno Unito hanno trovato sempre meno conveniente usare l’euro per i propri prestiti. La Brexit dei banchieri inglesi non è iniziata a giugno del 2016. Ma almeno quattro anni prima.

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