L'anniversario

Aaron Swartz,
il corsaro
dell’open access

Sono passati quattro anni dal suicidio dell'hacktivist e genio della programmazione informatica. Su "i Diavoli" vogliamo ricordarlo attraverso l'«imperativo morale» per il quale ha combattuto: condividere. Le sue parole, le sue battaglie, il suo "Guerrilla Open Access Manifesto"

11 gennaio 2017

«C’è un momento, subito prima che la vita diventa non più degna di essere vissuta, in cui il mondo sembra rallentare e tutte le sue miriadi di dettagli improvvisamente diventano brillantemente, dolorosamente evidenti».

È l’incipit di un post datato 18 gennaio 2007. È il racconto di un suicidio, si intitola “Un attimo prima di morire”.

Lo scrive sul suo blog Aaron Swartz, hactivist, programmatore, coautore del formato RSS, corsaro di Reddit, genio delle stringhe informatiche, ma soprattutto combattente digitale per il «diritto umano» di accesso alla conoscenza e all’informazione.

«L’informazione è potere, ma come tutti i poteri ci sono coloro che vogliono tenerla per sé (…) È tempo di uscire allo scoperto e nella grande tradizione della disobbedienza civile, dichiarare la nostra opposizione a questo furto privato della cultura pubblica».

Sono le sue parole, insieme a quelle di altri attivisti, scritte nero su bianco nel Manifesto di guerriglia per il libero accesso del 2008.

Nel 2011 Aaron viene arrestato per aver scaricato dall’archivio di JSTOR circa 4,8 milioni di articoli accademici dalla rete protetta del MIT di Boston.

A sei anni da quel racconto sul blog, l’11 gennaio 2013, verrà trovato morto suicida nel suo appartamento di Crown Heights, Brooklyn, New York.

La vita di Swartz è stata un inno alla diffusione gratuita dei contenuti, una battaglia per la libertà di condivisione dei saperi e contro la privatizzazione delle informazioni.

Cosa significa essere un intellettuale? Si chiedeva Swartz. Vuol dire andare oltre, significa pensare.

«La tendenza a non accettare semplicemente le cose come sono, ma voler pensare ad esse, capirle. Non accontentarsi di sentirsi semplicemente tristi, ma chiedersi che cosa significa la tristezza. Non solo ottenere un abbonamento per l’autobus, ma pensare alle ragioni economiche dietro. Io chiamo questa tendenza “l’intellettuale”».

Fare controinformazione, muoversi nella galassia della guerriglia comunicativa, decostruire il discorso del potere, tallonare i media che non sempre fanno un servizio collettivo: questa era la sua missione, da portare avanti anche attraverso i blog.

«I blog sono importanti perché ci aiutano ad allontanarci da questo triste spettacolo (è il 2005, si riferisce ad alcuni articoli del New York Times, ndr) e a muoverci verso una vera democrazia. I blog, naturalmente, possono contribuire a diffondere la propaganda – e senza dubbio, molti lo fanno – ma possono anche contribuire ad arginarla. I blog politici possono contribuire a trascinare la gente in politica, dire alle persone cose che non avrebbero altrimenti sentito, e portarle a organizzare progetti propri (…) Una delle cose più importanti che penso facciano i blog, però, è insegnare alla gente. I media, come ho già sottolineato, sono estremamente ottusi (non intelligenti). Ma non credo che le persone di questo paese lo siano. E una delle cose più sorprendenti dei blog è che non parlano quasi mai dall’alto in basso ai propri lettori».

Sono passati quattro anni dal suicidio di Aaron Swartz e su i Diavoli vogliamo ricordarlo attraverso il suo «imperativo morale»: condividere.

Come ha scritto Guido Brera su “La Lettura” del Corriere della Sera, «molte cose sono cambiate dentro e fuori gli spazi impalpabili della connessione globale. Basti pensare a un certo uso del “falso”, una volta strumento di resistenza ludica, ispiratore di provocazioni irriverenti e raffinati sabotaggi (dal celebre radiodramma di Orson Welles alle beffe mediatiche organizzate dagli attivisti che si riconoscevano nel multiple-use name di Luther Blissett), utili a disvelare vizi e tic dell’industria dell’informazione. Oggi, all’inverso, il falso è perfettamente sussunto da un nuovo modello d’impresa politica nel ciclo di produzione delle fake news, strumento imprescindibile per la costruzione del consenso. Oppure, si consideri la forma che la condivisione ha assunto negli ingranaggi della sharing economy, in cui la messa in comune alimenta il profitto di alcuni».

Ecco perché, oggi più che mai, è importante condividere il testo del “Guerrilla Open Access Manifesto”, frutto – ancora una volta – di un lavoro collettivo e di condivisione (pubblicato in italiano qui su “Aubreymcfato” e qui da un gruppo di attivisti il 14 gennaio del 2013, ndr).

«L’informazione è potere. Ma come con ogni tipo di potere, ci sono quelli che se ne vogliono impadronire. L’intero patrimonio scientifico e culturale, pubblicato nel corso dei secoli in libri e riviste, è sempre più digitalizzato e tenuto sotto chiave da una manciata di società private. Vuoi leggere le riviste che ospitano i più famosi risultati scientifici? Dovrai pagare enormi somme ad editori come Reed Elsevier.

C’è chi lotta per cambiare tutto questo. Il movimento Open Access ha combattuto valorosamente perché gli scienziati non cedano i loro diritti d’autore e pubblichino invece su Internet, a condizioni che consentano l’accesso a tutti. Ma anche nella migliore delle ipotesi, il loro lavoro varrà solo per le cose pubblicate in futuro. Tutto ciò che è stato pubblicato fino ad oggi sarà perduto.

Questo è un prezzo troppo alto da pagare. Forzare i ricercatori a pagare per leggere il lavoro dei loro colleghi? Scansionare intere biblioteche, ma consentire solo alla gente che lavora per Google di leggerne i libri? Fornire articoli scientifici alle università d’élite del Primo Mondo, ma non ai bambini del Sud del Mondo? Tutto ciò è oltraggioso ed inaccettabile.

“Sono d’accordo,” dicono in molti, “ma cosa possiamo fare? Le società detengono i diritti d’autore, guadagnano enormi somme di denaro facendo pagare l’accesso, ed è tutto perfettamente legale — non c’è niente che possiamo fare per fermarli”. Ma qualcosa che possiamo fare c’è, qualcosa che è già stato fatto: possiamo contrattaccare.

Tutti voi, che avete accesso a queste risorse, studenti, bibliotecari o scienziati, avete ricevuto un privilegio: potete nutrirvi al banchetto della conoscenza mentre il resto del mondo rimane chiuso fuori. Ma non dovete — anzi, moralmente, non potete — conservare questo privilegio solo per voi, avete il dovere di condividerlo con il mondo. Avete il dovere di scambiare le password con i colleghi e scaricare gli articoli per gli amici.

Tutti voi che siete stati chiusi fuori non starete a guardare, nel frattempo. Vi intrufolerete attraverso i buchi, scavalcherete le recinzioni, e libererete le informazioni che gli editori hanno chiuso e le condividerete con i vostri amici.

Ma tutte queste azioni sono condotte nella clandestinità oscura e nascosta. Sono chiamate “furto” o “pirateria”, come se condividere conoscenza fosse l’equivalente morale di saccheggiare una nave ed assassinarne l’equipaggio, ma condividere non è immorale — è un imperativo morale. Solo chi fosse accecato dall’avidità rifiuterebbe di concedere una copia ad un amico.

E le grandi multinazionali, ovviamente, sono accecate dall’avidità. Le stesse leggi a cui sono sottoposte richiedono che siano accecate dall’avidità — se così non fosse i loro azionisti si rivolterebbero. E i politici, corrotti dalle grandi aziende, le supportano approvando leggi che danno loro il potere esclusivo di decidere chi può fare copie.

Non c’è giustizia nel rispettare leggi ingiuste. È tempo di uscire allo scoperto e, nella grande tradizione della disobbedienza civile, dichiarare la nostra opposizione a questo furto privato della cultura pubblica.

Dobbiamo acquisire le informazioni, ovunque siano archiviate, farne copie e condividerle con il mondo. Dobbiamo prendere ciò che è fuori dal diritto d’autore e caricarlo su Internet Archive. Dobbiamo acquistare banche dati segrete e metterle sul web. Dobbiamo scaricare riviste scientifiche e caricarle sulle reti di condivisione. Dobbiamo lottare per la Guerrilla Open Access.

Se in tutto il mondo saremo in numero sufficiente, non solo manderemo un forte messaggio contro la privatizzazione della conoscenza, ma la renderemo un ricordo del passato.

Vuoi essere dei nostri?»

Luglio 2008, Eremo, Italia

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